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Natura e paesaggi
SERRE, RIFUGIO DELLO SPIRITO
Anche se non l'avesse tramandato in un suo scritto, sarebbe stato facile intuire perche San Bruno di Colonia nel 1091 scelse proprio una valle nel cuore delle Serre per edificarvi il suo eremo di raccoglimento e preghiera: «Forma una pianura vasta e graziosa, che si allunga tra le montagne con prati verdeggianti e pascoli smaglianti di fiori. Come descrivere l'aspetto delle colline che s'innalzano leggermente da tutte le parti ed il segreto dei valloni coperti d'ombra, con fiumi, ruscelli ed acque abbotidanti?
I paesaggi delle Serre, le buie e maestose abetine, le conche pullulanti di fioriture, le forre scoscese e ricche d'acque limpidissime, hanno davvero qualcosa di sacrale, di misteriosamente magico: « (...) una maestosa foresta di abeti bianchi -scrive Norman Douglas -una regione insolita per quel che riguarda l'ltalia centrale e meridionale. Ero lì, nell'ora dorata che segue il tramonto, e di nuovo nella luce fioca del mattino madido di rugiada; e mi sembrava che in questo tempio non eretto da mani umane risiedesse una magia più naturale e più sacra che non negli ambulacri dei chiostri poco lontani».
Una singolare coincidenza dunque tra il culto del sacro creato dall'uomo e quella viva, oserei dire religiosa magia, che è intrinseca ad ogni manifestazione della natura. Controversa è l'etimologia del toponimo Serre. Alcuni avanzano l'ipotesi che esso possa indicare un allineamento a catena di successivi rilievi collinari e montuosi in foggia appunto di una lama di sega. Osserva però Giacinto Montesanti che in tutto l'appennino meridionale il termine «serra», premesso ai nome di una montagna, non coincide quasi mai con la morfologia descritta e ciò vale ancor di più per le Serre, caratterizzate da linee di rilievo assai ammorbidite e propende per il richiamo ad una radice ebraica che significa molto più semplicemente «monte».
Sulle Serre, più che altrove, l'incantamento profondo dello spirito e della mente è favorito, cullato, alimentato dalla solenne ed ammaliante presenza dell'abete bianco, quest'elegante conifera che proprio qui trova la sua massima espressione, annoverando fitte concentrazioni ifi boschi puri o misti soprattutto sulle pendici montane attorno alla conca di Serra San Bruno. Qualcuno ha voluto vedere nell'abete delle Serre una varietà di transizione tra quella appenninica e quella dei Nebrodi è un albero piuttosto esigente, che vegeta soprattutto nelle zone umide ed ombrose ed ama associarsi al faggio, la cui presenza gli procura sovente le condizioni migliori per riprodursi e crescere. Addentrandosi ancor'oggi tra le abetine del bosco Archiforo o in uno qualunque dei folti boschi di faggi o di querce delle Serre, la struggente bellezza dei luoghi pare racchiusa e preservata dalle colonne austere degli alberi che, verdi di muschi, puntellano il cielo, ed è animata in autunno dalla comparsa di funghi d'ogni specie tra cui i rinomati porcini.
Come accade quasi sempre in Calabria, questi monti racchiudono ambienti completamente dissimili. Ed infatti, oltre la catena del Monte Pecoraro, massima cima della zona con i suoi 1423 metri di altitudine, ci si immerge in scorci e panorami di tutt'altra natura. Alle linee orizzontali si sostituiscono quelle verticali, ai boschi di faggi e di abeti quelli di lecci, roveri, farnetti, alle placide conche le strette forre. Qui, copiosi torrenti, impinguati da mille sorgenti, incontrano improvvisi gradini di roccia da cui l'acqua si libra furente nel vuoto. Le grandi cascate di Marmarico sul vallone Polca nell'alto corso della fiumara Stilaro profondono il loro fragore all'intorno, preannunciandosi da lontano al visitatore che vi giunga dal fitto della macchia, e si tuffano per quasi cento metri tra rocce instabili su cui s'abbarbicano tenacemente gli arbusti.
Non potrò mai dimenticare la prima volta in cui scoprii questo fantastico spettacolo di movimento e di forza: in una tersa giornata invernale ferocemente spazzata dal vento, senza immaginare quel che si nascondeva alla mia vista, mi sentii scosso ed invaso dal ruggito dell'acqua un suono potente ed inquietante che non avevo mai udito così prima d'allora e d'improvviso, appollaiato sull'aereo fronte di una rovinosa frana, vidi quei lattei filamenti insinuarsi nel verde della macchia, in perenne caduta eppure così stranamente immoti. Anche sul contiguo, impervio vallone Ruggiero è un susseguirsi di cascate, come il ripido scivolo su cui l'acqua fluisce leggera. E davvero nessuno potrebbe immaginare,dinanzi ai desertici ammassi di detriti delle bassure ioniche, la fantasmagoria di acque, pozze e cascate dei tratti più interni della valle della fiumara Assi.
Di queste gole avviluppate dalla vegetazione scrive Craufurd Tait Ramage: «vi era qualcosa di tanto selvaggio e di tanto tenebroso in quelle montagne, dai boschi fitti ed oscuri da soggiogare la mente». E' l'umidore diffuso di questo habitat, insieme alla frescura delle fronde che consente ad una lenta e smagliante creatura come la salamandra pezzata di far capolino dai massi. Questa eccezionale concentrazione di acque, significativamente presente in ogni momento dell'anno, ci ricorda come le Serre costituiscono l'area maggiormente privilegiata da quel peculiare clima fresco ed umido che caratterizza buona parte della Calabria. Una regione, questa, che, contrariamente a quanto si è portati a pensare, è la più piovosa tra tutte quelle poste a sud dell'Amo. E ciò è facilmente spiegabile se si pone mente alla sua singolare conformazione, quasi un arco di terra prevalentemente montuoso che, nel cuore del Mediterraneo, si frappone alle correnti umide atlantiche trasformandole in pioggia grazie all'aria fredda che staziona sui rilievi prossimi alla costa.
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